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ANGELA ASATRYAN

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LA CRITICA

Roberto Sottile - Critico d'arte e curatore

Andrea Baffoni - Storico e critico d'arte

Luca Pietro Nicoletti - Storico dell'Arte

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Roberto Sottile - Critico d'arte e curatore

Ciò che vedi, non è quello che osservi. Lo sa bene Angela che nella sua produzione artistica ci accompagna in questo viaggio “fragile” e nello stesso tempo “dominante” in un susseguirsi di equilibri e regole che l’artista scardina e riformula. Comunicare attraverso la conoscenza del colore e della luce. Informare attraverso la pittura che diventa linguaggio.
Esprimere, far vedere, non più con gli occhi, ma attraverso lo sguardo. Angela ci sollecita con la sua pittura ad utilizzare lo strumento della percezione visiva non più semplicemente per “guardare” ma per “considerare”, cioè riflettere su questi codici pittorici che la sua creatività compone e struttura come un organismo dove ogni elemento ha valore.
Il colore, protagonista di questo ordine, diventa architettura amplificando spazio e profondità dell’opera. L’artista stessa con ogni gesto riporta sulla superficie pittorica non solo l’idea ma la forza che in essa è contenuta rendendoci custodi di quella creatività espressa che resta in equilibrio e proporzione perfetta. Sono immagini che superano il concetto stesso di forma per condividere grazie al colore e alla luce quello spazio nuovo che diventa conquista.
Momento performativo. Poesia. È un percorso poetico libero dai vincoli della parola e dell’immagine canonica, capace però di assumere quella valenza di “carattere e segno”. Una pittura che diventa attraverso il colore “scrittura”, una fitta trama di strato pittorico e leggere velature che si combinano, si sommano, si sottraggono e dividono, generando sulla superficie dell’opera una dimensione onirica che sconfina in percezioni di profondità che invitano lo spettatore alla riflessione, al coraggio della scelta, alla contaminazione e condivisione concettuale che prende forma e diventa immagine. Segno.
Percorso da intraprendere. Sistema. Le opere di Angela assumono i connotati di documenti, di carte-mappe sulle quali l’artista lascia le proprie impronte creative. Una ricerca complessa che inizia da una forte conoscenza del colore e di tutte le sue gradazioni e sfumature. Anche il nero, considerato un non colore, diventa grazie alla potenza dell’artista un colore capace non solo di assorbire la luce ma di generare un’idea, un confine in cui giungere e nello stesso tempo ripartire.
Una pittura che si irradia anche nelle tonalità più complesse da gestire, che si espandono e propagano sulla superficie erodendo lo spazio vuoto, dando vita ad intrecci infiniti che l’artista ci restituisce con una sintesi perfetta. Tutta la tensione dell’opera trova rifugio, attimo di quiete nella luce che cammina e pervade l’opera restituendo ai nostri occhi una superficie vissuta, “consumata” dalla pittura stessa, capace di attraversare lo spazio. Una tavolozza cromatica che si riduce all’essenziale dove a farla da padrona sono una serie di colori che attraverso le diverse tonalità ed intensità creano e sviluppano sulla superficie quel racconto che diventa traccia, memoria creativa.
È la percezione l’elemento segreto a cui l’artista affida quella testimonianza che assume il valore di civiltà, cioè la capacità di trasformare l’esigenza di comunicare il proprio pensiero, che prende forma attraverso la materia pittorica, in concetto, spirito, principio immateriale astratto. I lavori di Angela diventano dei rotoli della storia e del tempo della conoscenza dell’uomo, sui quali l’artista segna il suo racconto, incide la propria testimonianza grazie ad una capacità pittorica che amalgama segno e gesto, forza e delicatezza. Armonia e nello stesso tempo dualità, sono le due anime che vivono, convivono e si inseguono nei lavori dell’artista. L’intesa, il risultato di questa sintesi visiva esplode in una pittura viva; capace di superare il pensiero e l’immagine e prendere forma e struttura, gesto dopo gesto. Segno dopo segno.
Sono scelte coraggiose capaci di attraversare le regole e conquistare la scena. Accordo e mescolanza perfetta, che diventano confine, spazio di movimento in cui il tempo creativo genera collaborazione e sintonia tra la “frequenza” della luce e il “ritmo” del colore che danzano sulla superficie pittorica. Sono opere compiute. Azione e conseguenza. Capaci di raccontare un sentimento, una storia, e nello stesso tempo essere libere; “tavole” di colore e di materia, pronte ad accogliere la nostra prospettiva e la nostra visuale. Angela non si risparmia, la sua creatività diventa energia che traccia e segna questa narrazione. Una pittura complessa, dove istinto e pensiero si diluiscono l’uno nella forza dell’altro, diventando un’unica soluzione ed entità, generando un risultato “finito” capace di abbracciare emozioni, impressioni e suggestioni infinitesimali. È la forza della comunicazione dell’arte, che Angela conosce e domina.
Tutto diventa poesia, componimento di forme e strutture che si annullano nella luce ed emergono dal colore.

Andrea Baffoni - Storico e critico d'arte

ANGELA ASATRYAN: IL NERO CHE RACCONTA

Premessa sul colore
La pittura di Angela Asatryan riflette un complesso alternarsi di elementi cromatici che richiamano la tradizione statunitense del Color-field. Espressionismo astratto, di soluzione informale, dove la superficie pittorica diventa territorio riservato al colore, in tutte le sue dinamiche interne e nell’autonomia della propria espressività.
L’artista opera celandosi dietro il velo sottile di materia cromatica camuffando il talento nella capacità, resa al colore, di trasmettere emozione. Dal rosso al blu, al giallo, con tutte le gamme intermedie, la pittrice libera il proprio spirito sulla tela formando onde astratte di energia cromatica. Attraverso la sovrapposizione di pigmenti esprime una libertà interpretativa fine a se stessa. Non c’è volontà di mimesi, ne richiamo alla natura: il colore agisce autonomamente grazie al proprio potere evocativo. L’artista non vuole condurci in nessun luogo, ma aprirci ad un’esperienza unica, vissuta attraverso le gamme. Esperienza che per prima vive quotidianamente nel silenzio del proprio studio.
Tutto il lavoro di Asatryan si basa su questi equilibri, percorrendo una strada di espressionismo astratto che condensa la forma in una rinascita. Le masse di colore in fusione e sovrapposizione esprimono la forza dei pianeti nelle fasi originarie, cristallizzano fluidità materiche entro spazi puri. Liberatasi dai cardini della rappresentazione l’artista guida il proprio essere cesellando il colore e originando opere dove l’interiorità prende il posto dell’esteriorità.
L’opera presenta nuove possibilità, luoghi del “sentire”, dove il “vedere” è lasciato ad ognuno di noi.

Nel nero ogni possibilità
Su questo sfondo, dove tutto sembra corrispondere ad una precisa volontà programmatica, l’artista interrompe tale equilibrio con squarci d’oscurità. Inverte il senso della creazione cosmica dove, fisicamente e spiritualmente, la luce interviene a rompere il buio del vuoto siderale. Non più i colori che determinano la nascita degli elementi ma, al contrario, masse di nero pronte a ristabilire ordine in un caos magmatico dove nulla è più riconoscibile.
Il nero di Angela Asatryan determina un gioco delle parti fra vuoti e pieni che, pur facendo il verso allo spazialismo fontaniano, parla essenzialmente di pittura. L’artista resta pittrice, non reinventandosi interprete della materia.
La sua formazione, del resto, è legata alla figurazione, in un percorso dai contorni tradizionali dove il lavoro è basato sul rapporto con il vero e con gli standard della rappresentazione. Nel corso della sua maturazione, Asatryan compie un percorso a ritroso, partendo dalla figura e giungendo alla sua eliminazione. Tale perdita, tuttavia, non corrisponde ad un’assenza assoluta. L’artista, infatti, elimina il ricorso alla forma per giungere alla sua essenza. Il dipinto adesso parla di un vuoto che, paradossalmente, è pieno di tutto l’esistente, orientando la sua ricerca verso un nuovo orizzonte linguistico, dove la forma è garantita dal suo stesso annullamento.
Ciò che appare come un paradosso è al contrario il senso più compiuto di un processo pittorico e filosofico dove il vuoto – quindi il nero – agisce quale metafora di “spazio sacro”, traduzione in concreto del vaso alchemico come allusione al grembo materno: luogo del coesistere e della vita in divenire, principio artistico del “creare d’intelletto”.
Rinunciando alla figura Asatryan rinnova la coscienza del mistero, componente indispensabile per gli artisti che, prima di parlare, interrogano se stessi sul senso dell’esistere. Il corpo diviene “impronta” operando in seno alla pittura, come la reliquia nell’ambito della fede. La tela del dipinto assume la valenza del sudario, dove la sagoma impressa richiama al culto della Sindone. Un atto di fede per vedere, contro ogni ragionevole dubbio, il miracolo della vita. In alcune opere del 2015, come Solitudine, Malinconia, Angoscia surreale, o Paradiso perduto, Asatryan racconta di un linguaggio pittorico dove dalla rappresentazione del mondo si passa all’interpretazione dell’essenza. L’animo femminile di quest’artista, originaria dell’Armenia (ma che nella propria pittura non porta elementi della sua cultura), si esplica proprio nel ricorso al nero, interpretato nel senso del mistero. Da qui la sua arte può essere intesa come superamento della forma per indirizzarsi verso l’ampio spettro dell’anima, impossibile da rappresentare se non attraverso un principio informale di pura emotività. Letta in questo modo l’arte di Asatryan va innestata nel novero di quelle esperienze neo-informali che concorrono a rafforzare il punto di vista di chi, nella pittura, cerca qualcosa d’altro rispetto al semplice raffigurare: il senso nascosto del dipingere e del vivere stesso.
Un percorso affrontato dagli artisti di quella stagione anni Cinquanta, alternata fra spazialismo ed informale, le cui ricerche rompevano il confine della materia, un limite fin qui concepito come inviolabile, con conseguenze decisive. Artisti spinti tanto dal trauma della storia, quanto dalle esperienze dirompenti delle avanguardie storiche, prima fra tutte la soluzione futurista dell’idealismo cosmico (pre-spazialista) prampoliniano, capace di indirizzare, filosoficamente e pittoricamente, le formule aeropittoriche al superamento dei limiti materici ed atmosferici. Nell’ambito della pittura e scultura facevano la loro comparsa elementi di tragica espressività come tagli, buchi e lacerazioni, vuoti riempiti di un nero che non parlava solo di spazio vuoto fisico, ma forse, e soprattutto, esistenziale. Il trauma di un’esistenza vissuta all’ombra della catastrofe, riverberato in soluzioni estreme che hanno lasciato all’arte un’eredità indelebile, cui la stessa Asatryan inconsciamente si rifà, ma senza l’ingombro di una abnegazione assoluta, mantenendo cioè una propria forte identità.
Il lato femminile, particolarmente, poiché, se è vero che la linea della ricerca si riallaccia alle esperienze ricordate è pur vero che Asatryan giunge in Italia digiuna di tali vicende, lasciandosi convincere, a tale svolta estetica, esclusivamente dal proprio sentire.

Luca Pietro Nicoletti - Storico dell'Arte

Il lessico dell’informale ha sdoganato, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e in certi casi anche prima e a prescindere dal conflitto, un vasto repertorio di segni impressi sulla tela e di modi di ricorrere agli impasti e alle seduzioni della materia. Era un gesto di assoluta libertà che rapidamente aveva corso il rischio di diventare un nuovo manierismo, uno “stylish style” in cui l’invenzione linguistica aveva preso il sopravvento sulle intenzioni di contenuto.
È una domanda che ci si deve sempre porre quando si fanno i conti con la pittura priva di soggetto, quando diventa ancora più urgente domandarsi che cosa l’opera rappresenti e quale stato emotivo sta a sollecitare. Angela Asatryan lavora sull’epidermide della pittura, in modo, trasformando il campo visivo in una vera e propria parete: il supporto, insomma, non cerca in alcun modo di diventare una finestra aperta su uno spazio prospettico, piuttosto si dichiara in quanto superficie bidimensionale pronta ad accogliere un intervento di gesto e di colore.
In questo modo, Angela lavora sulla stratificazione, come se il supporto fosse un deposito di memorie gestuali, o meglio ancora di interventi e di processi creativi. La pittura, in fondo, diventa un vero e proprio corpo a corpo di cui dichiara apertamente le proprie “ferite”, la propria processualità in fieri. In questo contesto, si potrebbero distinguere dei filoni più definiti, da effusioni più liriche e distese a tentativi di concentrazione compositiva in elementi più definiti. Il discrimine sta nella scelta di trattare la tela come superficie, lasciando che il riverbero e la marezzatura data dalla stratificazione, dal colore tirato dalla spatola o graffiato, crei un effetto retinico; oppure di creare una gerarchi tra figura e sfondo a favore della prima, che si sovrappone dunque come un’immagine nell’atto di concretizzarsi sotto gli occhi del fruitore.
In entrambi i casi, in nome del colore e dell’accordo tonale, la pittura di Angela Alissa si conferma come esperienza totalmente visiva, fatta per una perlustrazione palmare della tesa capace di apprezzare, oltre allo sguardo d’insieme, il dettaglio di pittura. Questa, a quel punto, si trasforma in un territorio da sondare palmo a palmo, come a voler ritagliare all’interno dell’insieme, con sguardo aptico, quei brani di pittura che più sollecitano la propria attenzione: come un quadro nel quadro, o meglio come una miriade di possibili quadri che si rinnovano a ogni nuova avventura dello sguardo.

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"Composizione in blu" tecnica mista su tela, 100x100, 2018

ANGELA ASATRYAN

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